Copertine: una storia di esclusione e stile
Dal 1892, con Vogue, le copertine rappresentano una donna bianca, borghese, rigida. Solo con il modernismo si apre uno spiraglio di movimento e nuova femminilità. Negli anni ’30 Harper’s Bazaar, con Avedon, propone donne vive e presenti. Ma il vero scarto arriva negli anni ’60 con Donyale Luna: prima modella afroamericana su Vogue. Una svolta simbolica più che strutturale.
Chi viene ritratto?
Fino agli anni 2000 la presenza di modelle nere o non conformi era rara. Con Edward Enninful a Vogue UK le cose cambiano: nel 2020 la copertina è dedicata al BLM. Ma le domande restano: quanti sono i fotografi neri? Le stylist trans? Chi scrive davvero quelle storie?
Gesti estetici o cambiamenti reali?
Nel 2020 Vogue Italia crea un numero solo illustrato per ridurre l’impatto ambientale. Ma anche qui si teme che sia solo una mossa d’immagine. Molte copertine “inclusive” sembrano solo nuovi volti in vecchie cornici.
Sostenibilità o greenwashing?
Si parla molto di moda etica ma spesso si pubblicizzano brand non sostenibili. Slow fashion sì, ma insieme a shopping compulsivo. L’etica è solo una scenografia?
“Una copertina è una dichiarazione di intenti.”
Servono più fratture, meno ritocchi
La diversità spesso è estetica, non politica. Serve cambiare chi scrive, chi fotografa, chi firma le storie. Solo allora la moda potrà davvero riflettere un cambiamento reale.

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